comicità · commedia · sceneggiatura · storytelling

Comicità: perché la violenza e il dolore vanno bene ma il sangue no

Immaginate la scena de Il Secondo Tragico Fantozzi in cui Fantozzi mangia il pomodorino freddo all’esterno e caldissimo all’interno. Quando torna dal laghetto in cui ha sputato il pomodorino, ci viene mostrata la sua lingua che è diventata lunghissima, gonfia e un po’ bruciacchiata.

E ovviamente noi ridiamo quando la vediamo.

L’intera scena con lui costretto a tenersi il pomodorino in bocca e fuggire di corsa a sputarlo fuori per non fare una figuraccia davanti alla Contessa Serbelloni Mazzanti ci fa ridere.
Ridiamo anche quando Fantozzi si fa male in molti modi, per esempio quando s’inginocchia davanti alla statua della madre del suo capo e ci sbatte contro la testa. Ridiamo anche quando Fantozzi si becca il pugno dal tipo cui ha sfondato la finestra per sapere come sta andando la partita dell’Italia.

La scena della cena per intero ^_^

Ora, immaginate se nella scena col pomodorino ci avessero mostrato Fantozzi che sputava sangue, denti, pezzetti di lingua e urlava di dolore; oppure immaginate che si spacchi la testa e gli esca del sangue quando s’inginocchia davanti alla statua della madre del suo capo, finendo all’ospedale; o immaginate che il pugno del tipo cui ha sfondato la finestra gli rompa il naso e gli escano due fiotti di sangue.

Non fa più ridere, vero?

Di colpo la storia cambia registro e da storia di genere comico diventa drammatica. E questa è una palese violazione delle convenzioni di genere.

E nel genere della commedia è imperativo che nessuno si faccia davvero male.

A parlarne è il grande insegnante di sceneggiatura Robert McKee nel suo libro Story, uscito in Italia per la casa editrice Omero.

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Copertina di Story di Robert McKee. Qui link di acquisto sul sito della casa editrice, qui su Amazon.

In particolare, McKee dice che nella commedia il pubblico deve sapere che per quanto i personaggi sbattano contro le pareti, si contorcano per il dolore, urlino e finiscano sotto le macerie di edifici crollati, non si fanno mai male sul serio.

McKee non parla a vanvera e porta anche una prova diretta di quanto afferma citando l’esperimento fatto dal registra del film comico Un pesce di nome Wanda.

Nel film, un personaggio di nome Ken vuole uccidere una vecchietta, ma ogni volta finisce con ammazzarle i cani. L’ultimo cane muore schiacciato da un blocco di cemento. Il regista girò due varianti della stessa scena: in una si mostrava la zampetta del cagnolino che sporgeva dal blocco, nell’altra una striscia di sangue che gocciolava dal cane. Al pubblico dell’anteprima venne mostrata la scena col sangue… e rimase raggelato.
Per la proiezione nelle sale il regista optò per la scena senza sangue e il film fu un successo, tanto che incassò otto volte il proprio budget ed è ritenuto un classico del genere comico.

Perché il pubblico rimase impressionato dal sangue?

Perché di colpo la scena era diventa reale. Il sangue rendeva chiaro che fosse una morte reale e quindi non fece ridere nessuno.

L’intera scena del film di cui parla McKee in Story.

Mi capita a volte di vedere opere che vengono presentate come commedie e poi virano al dramma di colpo o viceversa. Questo è ovviamente un grave errore: se da inizio storia mi hai fatto capire che sto guardando una commedia e all’improvviso avviene una sparatoria con gente che sputa sangue, perde arti e striscia in pozze di sangue e muore, mi fai pensare “Ma che cazzo sta succedendo?”. Allo stesso modo se sto vedendo dall’inizio una storia drammatica piena di morti, tradimenti, combattimenti violenti con tanto di arti maciullati, e di colpo mi mostri una scena in cui crolla un palazzo e tutti ne escono indenni e vanno a ballare nella piazza vicino… cioè, devi avere problemi mentali seri.

Questo non vuol dire che non possano esistere opere drammatiche con battute e scene che strappano un sorriso o una risata, oppure storie comiche con un pizzico di dramma, ma solo che un brusco cambio di genere non può avvenire in una storia se si vuole scrivere un’opera seria.

Vi stra-stra-consiglio la lettura di Story di McKee, che potete affrontare anche se non sapete niente di storytelling. È pieno di piccole perle su argomenti vari. Per esempio, McKee spiega perché il cinema europeo sta morendo, critica la corrente di pensiero europea che non considera lo storytelling un’arte da insegnare, e mostra esempi di come creare ottimi dialoghi partendo dall’analisi di film famosi guidandoti passo passo.
Prova anche a dare un modello da seguire per creare una storia, ma è poco spendibile. Molto meglio il modello in tre atti spiegato da Dara Marks nel libro L’arco di trasformazione del personaggio, uscito in Italia per Dino Audino Editore. Anche questo è un ottimo libro e ovviamente lo consiglio. Qui se volete acquistarlo sul sito della Dino Audino, qui su Amazon.

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5 thoughts on “Comicità: perché la violenza e il dolore vanno bene ma il sangue no

  1. E’ stato secondo me uno dei tanti problemi della sit-com Weeds: ad un certo punto prende una piega di cui è molto difficile ridere, che culmina con uno stupro ai danni della protagonista e il figlio minore che uccide una donna a sangue freddo.
    Mi interessa molto il libro di cui parli, appena lo trovo in libreria sarà mio!

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    1. Non ho visto la sit-com di cui parli, ma è un problema comune il cambio di registro in un’opera, sì. Spesso lo vedo accadere anche negli anime giapponesi.
      Story è davvero un bel libro e McKee è un grande ^_^

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      1. Col senno di poi non te la consiglio, non è qualcosa su cui valga la pena investire il proprio tempo, secondo me.
        Purtroppo non sono molto ferrato sugli anime, ne ho visti molto pochi, e per lo più quelli che trasmettevano in tv (nei gloriosi anime night di MTV) per cui ti credo sulla parola!

        Liked by 1 persona

  2. Ottimo articolo.
    E’ il principio della commedia slapstick dei cartoons.
    Ricordo che infatti ci rimanevo malissimo quando, nell’episodio greco di Tom & Jerry, si vedeva il buco col sangue nella testa di Tom.
    Certo, forse però lo sceneggiatore poi ragiona a blocchi e manco va bene: Grattachecca e Fichetto funzionano per il motivo opposto: è comicità slapstick ma violentissima e cruda.
    Anche ciò che dici tu, in teoria, potrebbe funzionare: un qualcosa che sembra una commedia e poi mostra -ad esempio- la sparatoria con sangue e morti. Un cortocircuito comunicativo^^

    Moz-

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    1. La violenza di certi cartoons è esagerata e volutamente irrealistica per creare l’effetto comico, come nel caso di Grattachecca e Fichetto: non si fanno mai male sul serio e non muoiono realmente, quindi non violano la regola del genere comico.
      Vero è che il sangue, le interiora, ecc., che spesso vengono mostrare un po’ impressionano e disgustano, ma non c’è un cambio di genere perché non viri al dramma serissimo o alla tragedia ma a una comicità un po’ diversa ^_^
      Sarebbe differente se Grattachecca o Fichetto morissero in un contesto drammatico realistico e credibile. In quel caso finirebbe come “In un pesce di nome Wanda” o, peggio, ti sembrerebbe di vedere un film di “Saw – L’enigmista” visto quello che si fanno a vicenda quei due animaletti ^_^

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