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The Martian: l’intelligenza umana contro la natura più spietata

Dopo una lunga pausa dal blog per fare i video, rieccomi qui con una recensione nuova. Volevo portare quella di una serie tv a essere onesto, ma di recente non ho visto nessuna serie di cui vale la pena parlare. Quindi ho optato per recensire invece il film The Martian del 2015 che ho visto un paio di settimane fa.

The Martian è basato sul romanzo L’uomo di Marte di Andy Weir e racconta di un astronauta, Mark Watney, che viene creduto morto e abbandonato su Marte dalla sua squadra dopo una terribile tempesta di sabbia. Ritrovatosi da solo, Mark deve sopravvivere su un pianeta molto ostile basandosi su quello che sa e sui pochi mezzi che ha a disposizione. Non può contattare la Terra e la prossima missione della NASA su Marte è prevista tra 4 anni. Per fortuna lui è un ingegnere e un botanico, e sa come cavarsela. Più o meno.

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Mark Watney, il protagonista.

Io non ho letto il romanzo da cui è tratto, quindi non farò paragoni tra le due opere. Inoltre, ultimamente penso che è meglio se nella critica occidentale prendesse piede l’idea che hanno un po’ i giapponesi nel distinguere le varie forme che può prendere una singola opera (romanzo-film-fumetto, manga-anime-film, ecc.) e considerarle storie a sé che vanno analizzate singolarmente e non in rapporto una con l’altra. Ma magari riparleremo in futuro di questo.

Per quanto riguarda l’analisi della parte scientifica/fantascientifica dell’opera, non la farò. Non perché non voglio, ma semplicemente perché non ne ho le competenze e non mi interessa acquisirle. Preferisco lasciarla a chi ne sa. E poi di sicuro internet sarà pieno di discussioni a proposito. Per i più pigri di voi, lascio il link alla pagina Wikipedia inglese del film con la sezione dedicata proprio all’accuratezza scientifica. Io non l’ho letta perché non mi interessa.

Ok, iniziamo con la recensione. Come sempre suddividerò l’articolo in pregi e difetti oggettivi.

Pregi

Per prima cosa è da notare la presenza dell’empatia per Mark. Fin dall’inizio ci viene presentato come un tipo divertente, ottimista, che non si scoraggia di fronte alle avversità e lotta con tutto sé stesso per risolvere ogni piccolo problema che gli si para davanti. E ci dispiace per lui che rimanga su Marte e per ogni cosa brutta che li capita.

Ci ritroviamo nel tipico caso del personaggio moralmente giusto che soffre ingiustamente.

Molto apprezzabile è l’umorismo nell’intera storia di Mark. Sarebbe risultato noioso mostrarci sempre scene in cui lui fa qualcosa di intelligente per sopravvivere o si dispera per quello che accade, quindi gli autori hanno optato per dare un tocco divertente alla storia.
Mark fa spesso battute sulla pessima musica che ascoltava il suo capitano e di cui lui ha ritrovato i file lasciati nei computer dell’HAB, una specie di campo base fisso su Marte creato dalla sua squadra e dove lui praticamente vive. Quando registra il suo video-diario gli scappa sempre una battuta o due.
Insomma, il suo umorismo rende più facile seguire una storia che altrimenti sarebbe stata molto “pesante”.

Altro elemento carino è che la posta in gioco della storia è facile da capire e intuibile per tutti fin dall’inizio: è la pura e semplice sopravvivenza. Qualsiasi cosa che Mark, la sua squadra, o la NASA (un po’ meno) dalla Terra faranno è volta proprio a garantire la sopravvivenza di Mark e il suo ritorno a casa.

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Marte: un posto non proprio ospitale per noi umani. E io che mi lamento della la vita sulla Terra…

A proposito, l’idea di mostrarci quel che accade a Mark e sulla Terra è un ottimo esempio dell’uso dell’ironia drammatica.
Dell’ironia drammatica ho già parlato in questo articolo, andate a rileggerlo se ve lo siete persi. In breve, possiamo dire che abbiamo l’ironia drammatica quando il pubblico sa più del personaggio sulla storia.

Come pubblico noi sappiamo quello che sta accadendo sia a Mark sia alla NASA. E tra di loro non c’è comunicazione se non dopo un bel po’ dall’inizio del film. Così come la squadra di Mark non sa che lui è ancora vivo fino a quando non sarà un membro della NASA ad avvisarli di nascosto.
Questo permette di avere scene divertenti, come quella in cui un tipo della NASA si domanda cosa starà facendo Mark tutto da solo e cosa starà pensando, e noi poi vediamo Mark subito dopo che ascolta musica e si diverte; o scene più drammatiche in cui ci preoccupiamo per Mark, come quando il razzo progettato dalla NASA che deve portargli i rifornimenti dalla Terra salta in aria poco dopo il volo e lui ancora non lo sa e ci fa affidamento, ecc.
L’ironia drammatica è uno strumento potente se usato bene, come vedete.

Ho apprezzato molto anche la scena all’inizio in cui Mark si cura dentro l’HAB dopo essersi ripreso. Quest’estate mi ero fissato con la lettura dei manuali di sopravvivenza. In particolare ho letto l’FM 21-76, un manualetto di sopravvivenza dell’esercito degli Stati Uniti, usato per addestrare i propri soldati. Tra le prime cose che consiglia il manuale al soldato che si ritrova da solo e ferito, senza una speranza di soccorso immediato, è di curare sé stesso perché non farlo ti getta nel panico e ti fa entrare in uno stato di “shock”.
Quindi è realistico che il primo pensiero di Mark sia di medicarsi dentro l’HAB perché fa parte sicuramente del suo addestramento da astronauta… e del suo buon senso. Di certo continuare a sanguinare copiosamente non è l’ideale per sopravvivere su Marte… e nemmeno sulla Terra.

L’intero film è anche ricco di dettagli interessanti su come sopravvivere. L’idea di Mark di procurarsi del cibo coltivando piante usando la terra di Marte e le proprie feci e quelle dei suoi compagni rimaste nell’HAB come terreno di coltivazione è geniale. Ha anche l’intuizione di non buttare le piante che non può ripiantare e di tenerle come scorta di cibo. L’utilizzo che fa del RTG (la roba col plutonio) per riscaldarsi è stupendo; così come è bello vedere che quando deve spostarsi per il lungo tragitto a fine film usa i pannelli solari che ha a disposizione per ricaricare la batteria del suo mezzo di trasporto ed è costretto ogni volta a fermarsi e a farli caricare per ore e ore.

Vediamo l’intelligenza umana che sfida la natura più ostile e trionfa.

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Mark e la sua coltivazione di patate “marziane”.

Altra cosa molto realistica e lodevole è che Mark, pur essendo un uomo intelligente e capace, commette spesso errori. Per esempio quando deve ricavare l’acqua bruciando ossigeno e idrogeno e per poco non fa saltare in aria l’intero HAB. O quando fa esplodere l’HAB stesso e perde la sua coltivazione di patate.
Insomma, abbiamo a che fare con un personaggio intelligente ma realistico, che fa i suoi errori e ne paga il prezzo.

Mi è piaciuto anche il dialogo circa a metà film tra Mark e il suo equipaggio. Fino a quel momento avevamo avuto a che fare con una storia un po’ troppo arida sul versante umano. Quel dialogo invece approfondisce l’umanità di tutti i personaggi coinvolti e ci fa capire che sono davvero un gruppo unito. E ci fa anche sperare che, per quanto solo un uomo possa rimanere su un pianeta deserto, là fuori quelli della sua specie faranno di tutto per riportarlo indietro e al sicuro.

Ok, passiamo ai difetti ora.

Difetti

L’inizio del film, a esseri onesti, è abbastanza confuso. L’utilizzo di linguaggio altamente tecnico nelle prime scene rende anche ostico capire a volte che succede, soprattutto durante la tempesta di sabbia. Si poteva renderlo più chiaro.

Ho trovato anche ridicola la scena dei tizi alla NASA che per trovare una mappa di una zona di Marte devono andare in una specie di mensa (o qualcosa di simile) e staccare una foto da una parete e disegnarci su con un pennarello.

Non potevano usare un computer? Un tablet? Un cellulare? Una normale mappa stampata tenuta da qualche parte?
Non è molto credibile a mio parere.

Un difetto importante ed evidente, però, è la mancanza di conflitto nella storia di Mark. O meglio c’è, ma è un conflitto contro la natura ostile, l’ambiente. Però il conflitto è bello e al massimo quando avviene tra esseri umani, tra intelligenze senzienti e dotate di emozioni che compiono attivamente delle scelte, non contro qualcosa di “inanimato” come la natura.

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Mark attende la ricarica dei pannelli solari che alimentano il suo mezzo di trasporto. Se ricordo bene impiegano circa 13 ore a caricarsi. E noi che ci lamentiamo per l’oretta o due che impiega il nostro smartphone.

Altro problema è la mancanza di un arco di trasformazione per Mark. La sua vicenda su Marte non lo cambia né in meglio né in peggio. Non subisce né un arco eroico né tragico. Fin dall’inizio Mark ha tutte le capacità per sopravvivere e vincere.
Questo rende la storia piatta, purtroppo. Una storia serve proprio a farci capire che, volendo, tutti possiamo affrontare i nostri problemi interiori e superarli diventando migliori (storia con arco eroico), oppure fallire e rimanere gli stessi o peggiorare (storia con arco tragico).
Una storia senza questo elemento perde molto di significato e di qualità.

Ok, direi di fermarci qui.

The Martian è stato un bel film da vedere, soprattutto per il trionfo dell’intelligenza umana sulla natura ostile. Non posso fare altro che consigliarvelo. È un po’ lunghetto, però ne vale la pena, soprattutto se vi piacciono le storie di sopravvivenza.

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